Teatrocittà

Via Guido Figliolini 18, 00173 - ROMA

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Uno spettacolo scritto, diretto e interpretato da

Patrizia Schiavo

con

Silvia Grassi e Sarah Nicolucci

 

“… D'ora in poi racconto solo di vagine in calore...come avrete visto o sentito. Culi grossi, culi mosci e culattoni! Racconto di donne grasse e insoddisfatte, di viagra, di amanti ridicoli, improbabili... storie piccanti con personaggi imbarazzanti!...”

Questa la dichiarazione d'intenti di un'artista che, sotto lo pseudonimo di Letizia Servo, si racconta in toni provocatori, radicali o malinconici, esponendo la propria identità multipla: dialoga ora con il pubblico, ora con un intervistatrice, una voce off che sembra essere se stessa, ora con le zone più oscure di sé.  Stupida, scandalistica o arrabbiata, in conflitto tra essere e dover essere, racconta la sua vita nel teatro tra verità e menzogne. Biografia reale o immaginata di un’artista, che si confronta con la propria immagine, il mestiere, il rapporto con l'altro sesso , con la libertà, il potere e tra fantasmi reali e immaginari giganteggia l'ombra di Carmelo Bene.

Ironizzando sui torti o smitizzando gli abusi di potere il racconto diventa ribellione linguistica anche attraverso due personaggi femminili che amplificano gli aspetti scabrosi e perversi.

Due donne in conflitto ma pronte a vendicarsi dei torti subiti, che mentre si preparano per quello che sembrerebbe l'incontro della loro vita, passano in rassegna, con ironia e un certo gusto per l'eccesso, i fallimenti amorosi precedenti. Ognuna fa da specchio e da contrappeso all'altra e al di fuori di ogni vittimismo o moralismo, si espongono senza censura.

scritto, diretto e interpretato da Patrizia Schiavo


con un frammento tratto da "Il Rumore della notte" di Marco Palladini


con Teresa Arena, Annamaria Bruni, Roberta Colussi, Silvia Grassi, Roberta Marcucci, Carmen Matteucci, Sarah Nicolucci
 

"Capace di coniugare irriverenza, comicità e denuncia, una sciarada che oscilla tra il serio e il faceto, il goliardico e la polemica. Farsa giocosa e j’accuse, dove la vagina diventa simbolo dell’immaginario maschilista e patriarcale, oggetto di desiderio, di ironie e mistificazioni, ma anche arma di rivoluzione, strumento per la presa di coscienza della donna e del suo potere." 

In compagnia di un idolo femminile primitivo, la Grande Madre, tra il talk show, la terapia di gruppo e la denuncia sociale, la conduttrice, sessuologa, sacerdotessa ‘Schiavo’, accompagna sette donne in un percorso rivolto alla liberazione dai tabù, dai luoghi comuni, dall’ignoranza, dalle inibizioni, dalle paure, dal senso di vergogna. Un viaggio collettivo in cui le pazienti e, di riflesso, gli spettatori imparano a raccontarsi, a conoscere il proprio corpo e a vivere appieno la propria sessualità. Senza pedanteria informa e sdogana in maniera esplicita e spudorata i tabù assolvendo una funzione liberatoria, terapeutica.

La vagina, emblema di femminilità, forza e maternità, ma anche motivo d’incomprensione, sottomissione, emarginazione, violenza. 

Storie ironiche, incredibili, fantasiose o drammatiche: l'arrivo del ciclo e"la prima volta", le richieste erotiche più incredibili e il posto più strano in cui l'abbiamo fatto. L'orgasmo, i maniaci dei parchi e gli stupri. Si indagano i diversi aspetti: da quelli piccanti, a quelli negativi e dolorosi, in un’escalation che conduce agli orrori delle violenze subite dalle donne bosniache, gli stupri di massa perpetrati nel 1992 in Bosnia come pulizia etnica.Un NO allo stupro, alla violenza, alla mutilazione, all’infibulazione e un SI alla riscoperta del proprio essere, della femminilità, del sesso, della dignità e del rispetto. Un messaggio di denuncia, un grido per vincere l'indifferenza. “Invece di nasconderci dietro al velo e al burqa, noi ce la guardiamo!". 

ROSA , la serva di Trilussa
scritto e diretto da Patrizia Schiavo
con Gloria Liberati

 

una produzione Viartisti-Teatrocittà

Rosaria o mejo Rosa come l'ha chiamata lui. Governante, segretaria, perpetua, fantesca, cuoca, infermiera, complice, alter ego, allieva e ... 
Dopo la morte del poeta a Rosa non è permesso realizzare il suo ultimo sogno, il suo ultimo atto d’amore: trasformare in museo la casa di Trilussa. Gli spettatori diventano così i visitatori dell’agognato e immaginario museo, a cui Rosa si aggrappa con tutte le sue forze, come l’ultima speranza, per raccontare la sua storia, il suo rapporto con il poeta, recitare poesie, ridere, sfogare la sua rabbia e il suo dolore. Poi le intimano lo sfratto, l’ultima crudeltà. Rosa non ha più alcun diritto di restare in quella casa: nessuno da servire. Sarà costretta ad andarsene, pagando a caro prezzo la farsa della serva e del padrone utile a mascherare quel legame sconveniente.
I visitatori del museo vivranno un’esperienza inedita; saranno depositari e testimoni per la prima e ultima volta delle sue confessioni: sogni, desideri, rimpianti... saggezza e poesia. Diverte, commuove, sorprende e ci fa scoprire e amare una di quelle figure singolari, come tante nella nostra storia, che soprattutto in quanto donne restano tutt'ora ombra e polvere. 

Storia di Rita Atria:
Rita Atria nacque in una famiglia mafiosa. Ad undici anni le fu ucciso dalla mafia il padre Vito, mafioso della famiglia di Partanna (Tp). Erano gli anni dell’ascesa dei corleonesi e della guerra di mafia che li vedrà impegnati in sanguinosi omicidi di uomini delle cosche rivali per la conquista del potere. Alla morte del padre, Rita si legò ancora di più al fratello Nicola e alla cognata Piera Aiello. Di Nicola, anch’egli mafioso, Rita raccolse le più intime confidenze sugli affari e sulle dinamiche mafiose a Partanna. Nel giugno 1991 anche Nicola Atria venne ucciso dalla mafia. Sua moglie Piera Aiello decise allora di collaborare con la giustizia. Rita Atria, a soli 17 anni, nel novembre 1991 decise di seguire le orme della cognata cercando, nella magistratura, giustizia per quegli omicidi.
Il primo a raccogliere le sue rivelazioni fu Paolo Borsellino al quale ella si legò come ad un padre. Le deposizioni di Rita e di Piera, unitamente ad altre, hanno permesso di arrestare diversi mafiosi e di avviare un’indagine sul politico Vincenzino Culicchia, per trent’anni sindaco di Partanna. Il 26 luglio 1992, una settimana dopo la strage di via d’Amelio, Rita, ancora 17enne, si suicidò a Roma, dove viveva in segretezza, lanciandosi dal settimo piano di un palazzo di via Amelia.

Da “Un canto Clandestino saliva dall’abisso” di Mimmo Sammartino

Regia     Patrizia Schiavo

Con:      Antonio De Stefano, Domenico Maugeri, Francesco Meoni,                  Alberto Rossatti, Patrizia Schiavo.

Canto    Silvia Grassi

 

Le voci sono quelle dei racconti autentici dei pochi sopravvissuti. Sono quelle dei pescatori che hanno visto, che hanno pescato cadaveri. Sono quelle delle madri che ancora aspettano i figli. Le voci sono quelle degli annegati; negati in vita e negati pure di fronte alla morte. Vivi e morti narrano qui la storia dei popoli dell’esodo. Si tratta di una trasfigurazione lirica del più grande naufragio nel Mediterraneo dopo la guerra che costò la vita nel Natale del 1996 a 283 migranti, restati in fondo al mare senza sepoltura, senza colpevoli per la loro morte e senza nemmeno diritto di cronaca se non fosse stato per l’opera di pochi, coraggiosi e tenaci giornalisti. I sopravvissuti non furono creduti e rimasero inascoltati. Poi furono espulsi.

Dedicato a tutti i migranti, ai viaggiatori, ai popoli dell’esodo. Alla dignità del loro coraggio necessario e della loro ricerca. Ai loro cammini che nessun  naufragio, nessuna indifferenza, nessuna ostilità e ottusità potrà mai fermare. All’umanità che sfida il mistero dell’orizzonte ignoto e il tempo dell’attesa. Ai loro racconti sospesi. Alle loro malinconie. Ai loro canti.

… ho sentito un lamento

in mezzo alle onde

un lamento che ha reso più fioche

le nostre lampare.

Non era lamento dei vivi.

“C’è qualcuno che piange qui?”

Domandai alla tempesta, alle stelle, alla notte, al vento

e anche agli angeli dei pescatori.

E nessuno

nessuno rispose

"Attesa" - ispirato alla vera storia di Enaiat               

da "Nel Mare ci sono i coccodrilli di F. Geda.       

Con la partecipazione dell'Orchestra Filarmonica di Tivoli  e la scuola Rossotango di Roma